top of page

16 Giugno 2024 - Anno B - XI Domenica del Tempo Ordinario









Ez 17,22-24; Sal 91; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-345


La logica mite e discreta

del Regno di Dio


“Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura.

Diceva: A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra” (Mc 4,26-42).

Dopo le celebrazioni dell’Evento Pasquale e delle relative solennità che ne derivano, la Chiesa, con l’attuale Liturgia della Parola, ci introduce nel vissuto quotidiano della predicazione di Gesù, tutta incentrata sul Regno di Dio. Si tratta di una realtà con la quale, purtroppo, noi cristiani non abbiamo molta familiarità, sebbene il Regno costituisca l’oggetto principale della predicazione di Gesù: tutto ciò che egli pensa, dice e fa è in vista del Regno di Dio. Queste due parabole costituiscono allora l’occasione per accostarci a questa misteriosa realtà, per conoscerne le caratteristiche, la logica evolutiva, la dinamica relazionale e ciò che essa comporta per la nostra vita ecclesiale e sociale.

Cominciamo quindi ad accostarci ad essa col rispondere ad alcune domande semplici ed essenziali: che cos’è il regno di Dio? Come riconoscerne la presenza nella nostra vita? Quali sono i segni con cui si manifesta? Senza tralasciare il percorso storico[1] che, nel corso dei secoli, ha dato adito a un’interpretazione politica del regno di Dio, noi cercheremo di cogliere il senso di questa realtà a partire dalla predicazione di Gesù, e dal significato che lui gli attribuisce. L’evangelista Marco sintetizza l’annuncio evangelico di Gesù con le seguenti parole: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). Il “compimento del tempo” di cui parla Gesù non è quello cronologico, ma quello kairologico, quello cioè in cui Dio manifesta la sua presenza e la sua opera attraverso l’azione salvifica di Gesù. I vari esorcismi e le diverse guarigioni che egli compie più che come gesti prodigiosi vanno interpretati come segni di questa presenza operante di Dio in mezzo al suo popolo: “Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,20). Si tratta, come giustamente annota Giovanni, di segni che lasciano lo spazio alla libertà interpretativa della fede. Solo chi dispone di questo criterio di lettura teologica è in grado di percepire in essi l’azione misteriosa di Dio. Il regno infatti è caratterizzato da una logica manifestativa che contrasta fortemente con quella sfarzosa, spettacolare e imponente dei regni del mondo. Al contrario il regno di Dio si presenta come una realtà piccola e apparentemente insignificante, attraverso una forma appena appena percettibile, tanto da passare inosservato. Gesù stesso dice che “il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione” (Lc 17,21), e nessuno può dire: eccolo qui, o: eccolo là. Esso si presenta “come un granello di senape che … è il più piccolo di tutti i semi, ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra” (Mc 4,31-32). Il regno tuttavia ha anche un’imprescindibile dimensione comunitaria, come lascia supporre la spiga di grano, caratterizzata da una forza di coesione come l’unità, capace di costituire un unico corpo, benché sia formata da piccoli chicchi.


Questi significati sono intuibili grazie a un criterio interpretativo che proviene dalla rinnovata mentalità spirituale insita nelle parabole. Senza questo criterio di lettura il regno rischia di rimanere una realtà oscura e incomprensibile. Si spiega così la ragione per cui l’insegnamento di Gesù sul regno avviene in parabole: “Insegnava loro molte cose in parabole” (Mc 4,2); “Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa” (Mc 4,34). Esse si rivelano perciò decisive per comprendere la realtà del regno di Dio. La parabola costituisce perciò una chiave di lettura che Gesù esemplifica nelle diverse immagini a cui paragona il regno. Immagini che egli trae direttamente dalla vita quotidiana. Non a caso Gesù, come attesta anche il brano in questione, comincia spesso le sue parabole con queste parole: “A cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?” (Mc 4,30).

In questo caso i paragoni vengono fatti col “granello di senape” e col “chicco di grano”. L’uno e l’altro seme ci fanno capire che il regno è qualcosa di vitale, attivo, dinamico. Una realtà in continua evoluzione, nella quale convergono vita biologica e vita divina, entrambe disponibili di una potenza autonoma, capace di sussistere l’una indipendentemente dall’altra. Il regno pur destinato alla salvezza dell’uomo e del mondo, non appartiene né all’uomo né al mondo. Il regno di Dio è di Dio. Anzi è la vita stessa di Dio in quella del mondo. Queste due forme di vita interagiscono in modo sinergico e indipendente. Il rapporto che c’è tra regno di Dio e vita del mondo è paragonabile a quello che sussiste tra lo spirito e il corpo. Come il corpo cresce e si sviluppa indipendentemente dalla volontà dell’uomo, così lo spirito progredisce e si rafforza indipendentemente dal perfetto funzionamento del corpo. Anche in un corpo malato lo spirito può crescere e svilupparsi.

La convivenza di queste due forme di vita rimane però un mistero. Non disponiamo di conoscenze che ci consentono di scrutare le profondità di questa meravigliosa convergenza sinergica dell’uno nell’altra. Il che significa che non necessariamente il regno di Dio debba corrispondere al profilo di quello tratteggiato dalla tradizione biblica. Gesù, attraverso le Beatitudini, lascia presagire che chiunque è animato dall’ideale di giustizia, di pace, di misericordia, di purezza e perfino chi vive le diverse forme di sofferenza, di afflizione, di persecuzione, di menzogna a cui viene sottoposto a causa sua e del Vangelo, e le interpreta come condizione del progresso umanistico, è idoneo a realizzare il regno di Dio, “perché di essi è il regno dei cieli” (cf. Mt 5,1-12). Nella visione di Gesù sembra che il regno di Dio esuli da qualsiasi confine geografico, religioso, o culturale. Per questo il regno non ha un’evidenza tale da attrarre l’attenzione, al contrario si presenta piccolo e insignificante, esattamente come un granello di senape, la cui grandezza è pari a quella della punta di un ago. Tuttavia, malgrado questa piccolezza, una volta accolto nel terreno del proprio cuore, è capace di risignificare la propria esistenza e quella degli altri, tale infatti è il significato dell’albero e del nido che gli uccelli possono costruire sui suoi rami.

Come non vedere in questa prospettiva la parabola dell’uomo moderno e contemporaneo, dopo le disillusioni delle varie forme di ideologie come: l’Illuminismo, l’Idealismo, il Soggettivismo, l’Edonismo ... Ciascuna di questa dottrina filosofica pur promettendo vasti orizzonti di senso e di consenso si è trasformata in un epilogo drammatico che ha gettato l’uomo nel più radicale nichilismo. Gesù invece ci dice che tra le tante e possibili scelte della vita ve ne una che, all’apparenza, non sembra disporre di alcun interesse con cui attirare l’attenzione, ma che se si ha il coraggio di accogliere (cf. Mt 22,35-40) ed investire su di essa tutte il proprio capitale intellettivo, creativo, cognitivo, affettivo, morale e spirituale, allora si rivela capace di aprire la vita in un orizzonte spirituale infinito, vero, autentico, capace di dare senso e pienezza alla vita. Questo ideale di vita è per Gesù il regno di Dio. Un modo questo per dire che il Vangelo di Gesù, di fronte alle suggestive, seducenti e attraenti realtà della vita del mondo sembra proporre una visione ingenua e utopistica, in realtà, per chi ha il coraggio di accoglierlo e spendere la propria vita per esso, si rivela di una straordinaria potenza rinnovativa della vita, che si dischiude, però, solo all’intelligenza di chi è capace di vivere la propria esistenza all’insegna dell’umile logica di vita che lo caratterizza.

È tipico di Dio scegliere “ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti … ciò che nel mondo è debole per confondere i forti … ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi davanti a Dio” (1Cor 1,27-28). Si capisce allora il riferimento alla parabola del ramoscello di cedro formulata da Ezechiele (cf. Ez 17,22-24), con la quale il profeta intende evidenziare la logica mite e discreta con cui Dio, promuove e dona la sua salvezza ai popoli, scegliendo il piccolo e sparuto popolo d’Israele. La stessa Maria di Nazaret ha fatto esperienza di questa logica operativa e salvifica di Dio, quando nel Magnificat esalta la scelta divina di aver guardato alla piccolezza della sua serva, per aver spiegato la potenza del suo braccio e disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, per aver rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili, per aver ricolmato di beni gli affamati e rimandati i ricchi a mani vuote (cf Lc 1,48.51-53). Gesù eredita e traduce questa sensibilità tipicamente divina, col suo stile di vita evangelico, attraverso il quale ripete alle persone di ogni tempo e cultura: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite ed umile di cuore. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,28-30). A noi il coraggio di scegliere e investire la nostra vita nella proposta evangelica di Gesù.


[1] Nonostante costituisca l’oggetto principale della sua predicazione il “Regno di Dio” affonda le radici nella rivelazione della tradizione veterotestamentaria ebraica. L’idea del regno comincia ad affiorare quando gli israeliti chiedono al giudice Samuele di stabilire su di loro un re che li governi, come avviene per i popoli circostanti (cf. 1Sam 8). Una richiesta questa che suonò alle orecchie di Samuele come una “cattiva proposta” (1Sam 8,6), poiché gli parve un atto col quale gli israeliti intendevano rigettare la regalità di Jhwh a favore di quella di Israele: al “regno di Dio” viene preferito il “regno di Israele”, o almeno così viene inteso. Tale richiesta infatti diete luogo ad una discussione piuttosto conflittuale, poiché c’era chi era favorevole ad un’organizzazione anche politica del regno e chi invece riteneva che esso dovesse avere solo una dimensione religiosa, senza contare che tale istanza esponeva il re ad un’interpretazione idolatrica, come avveniva per i sovrani degli imperi del tempo, considerati perfino come divinità. Nella valutazione biblica invece il re è e rimane un semplice uomo mortale, limitato nei suoi poteri. L’unico, invece, in grado di guidare veramente il popolo verso la salvezza è Jhwh. Egli è il “Dio degli dei” il “Signore dei signori” (Dt 10,17), il “Signore degli eserciti” (cf. Is 10,23.24), come amava definirlo spesso il profeta Isaia. Nonostante tutto Samuele coglie in questa paradossale richiesta una volontà divina, tanto da ungere come re il giovane Davide (1Sam 16). In questo gesto profetico Israele vede una sorta di riconoscimento divino della propria domanda. Con Davide, infatti, Israele assume la fisionomia di un regno e acquista tutti i connotati di un’istituzione politica, al pari degli altri regni. Essa, sia pure tra mille difficoltà, si rivela determinante per lo sviluppo di quella tensione immanente della fede biblica che prepara le basi alla salvezza cristiana, compiuta da Cristo. Nell’immaginario collettivo, il regno davidico costituiva e forse costituisce ancora, la forma più concreta e convincente di regno, l’unica in grado di garantire al popolo ebraico la possibilità di un riconoscimento sociale, civile e giuridico presso gli altri popoli. Non mancano infatti i tentativi di ripristinare in Israele l’antico regno davidico, idea che è alla radice anche dell’attuale conflitto tra lo Stato d’Israele e quello Palestinese. Col tempo questa visione politica del re comincia ad essere purificata e ad essere sostituita con quella del Messia regale, inteso come persona divina in grado di estendere il regno fino agli estremi confini della terra (Sal 2,7; Sal 110,1ss). Egli viene presentato dai profeti come un discendente del re Davide, il cui compito era quello di restaurare il regno davidico (cf. Is 2,2). La figura e la predicazione di Gesù si inseriscono all’interno di questo filone messianico, il quale però dà all’intuizione davidica un significato ben diverso. A suo avviso il rischio a cui espone una visione solo trascendente di Dio era quello di una salvezza esclusivamente escatologica, invece egli conferisce al regno una dimensione anche immanente, tale da considerarlo come un luogo di salvezza, già nell’oggi della storia. Egli stesso diviene questo luogo di salvezza. Non mancano, tuttavia, le interpretazioni politiche del regno perfino tra i suoi discepoli, come attesta la domanda che essi pongono a Gesù al momento della sua Ascensione: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele? At 1,6). Da qui l’estrema cautela che Gesù manifesta tutte le volte che i suoi discepoli riconoscono in lui il Messia atteso, come attesta anche l’insegnamento che Gesù fa seguire alla risposta di Pietro a Cesarea di Filippo (Mt 16,13-23).

 
 
 

Commenti


© Copyright – Luigi RAZZANO– All rights reserved – tutti i diritti riservati”

  • Facebook
  • Black Icon Instagram
  • Black Icon YouTube
  • logo telegram
bottom of page