1 Novembre 2026 - Anno A - Solennità di Tutti i Santi
Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12
La santità:
un’ideale di vita ancora attuale?

“Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! … Fin d’ora noi siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro” (1Gv 3,1-3).
“Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello»” (Ap 7,13-14).
I brani che abbiamo appena ascoltati costituiscono due dei riferimenti biblici per introdurci nel tema di questa solennità liturgica dedicata alla celebrazione di Tutti i Santi[1]. Appare fin troppo evidente che l’aspetto sul quale siamo chiamati a soffermare la nostra attenzione è quello della santità. Un aspetto fondamentale per la nostra vita spirituale, perché qualifica lo scopo e l’identità specifica della nostra fede. “Siate santi – dice il Signore al popolo d’Israele – perché io, il Signore vostro Dio, sono santo” (Lv 19,2). Gesù riprende questa esortazione e la riformula nel seguente modo: “Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 48). La santità è allora l’ideale di vita di tutta la spiritualità biblico-cristiana. Ebrei e cristiani condividono lo stesso ideale spirituale. Ad avallare questo principio contribuisce anche Giovanni che, nel testo appena letto, traduce la santità in termini di filialità divina, secondo il quale “noi siamo già figli di Dio”, sebbene questa realtà non è stata ancora pienamente rivelata, poiché lo sarà solo quando egli si sarà manifestato alla fine dei tempi. Solo allora “noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.
Ma osservando la realtà sociale che ci circonda, le idee culturali che respiriamo e soprattutto la tipologia di vita che conduciamo, viene da chiedersi: questo ideale di vita evangelico è ancora condiviso dai cristiani? È ancora attuale parlare di santità? C’è ancora qualcuno disposto a perseguirla? Esercita ancora fascino e attrazione sulla nostra gente? Quanti sono coloro che si lasciano sedurre dal suo stile di vita spirituale? Quanti di noi la ritengono utopica o fuori luogo? Nel tentativo di dare una risposta a queste domande proveremo a capire l’incidenza che essa ha nelle nostre scelte di vita quotidiana; nonché le possibili conseguenze che la sua pratica può determinare nelle relazioni interpersonali, ecclesiali, sociali e culturali.
Partiamo da una domanda fondamentale a quelle già espresse: cos’è la santità? Prima ancora di essere un ideale umano la santità, è una chiamata di Dio, che lui stesso rivolge a ciascuno di noi: “Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo” (Lv 19,2), come dicevamo poco fa. La santità dunque definisce la natura di Dio, come sottolinea anche il profeta Isaia che ne percepisce l’essenza, al momento della sua chiamata nel tempio: “Santo, santo, santo … tutta la terra è piena della sua gloria” (Is 6,3). Tuttavia la santità, pur essendo una qualità specifica di Dio, non viene custodita da lui come un tesoro geloso (cf. Fil 2,6), al contrario la manifesta e la rende partecipe ad ogni creatura. Ma in cosa consiste la santità di Dio? Cos’è che la caratterizza? L’evangelista Giovanni quando cerca di rispondere a questo tipo di domande dice che: “Dio è amore” (1Gv 4,8). L’amore dunque è ciò che qualifica la santità di Dio: Dio è santo perché è amore. In questa prospettiva chiunque si accinge a vivere la propria vita nell’ottica dell’amore divino, conforma la propria esistenza alla santità di Dio, e diviene santo come lui è santo.
Gesù – come abbiamo detto – riconferma questa chiamata divina con la formula: “Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 48). Come a voler suggerirci che la santità non è solo un dono d’amore che Dio condivide liberamente con noi, ma anche una realtà verso la quale noi siamo chiamati a tendere con tutte le nostre forze ed energie mentali, creative e affettive. La santità è perciò al contempo una realtà divino-umana. Divina perché è un dono di grazia che viene da Dio; umana perché è una forza trasfiguratrice, capace di rinnovare dal di dentro la nostra umanità. Nell’uno e nell’altro caso essa costituisce un movimento estatico, capace di farci uscire da noi, dalla nostra cultura, dalla nostra mentalità (cf. Gen 12,1-9), e conformarci alla spiritualità evangelica di Gesù e filiale di Giovanni. La santità è allora vivere evangelicamente la nostra relazione filiale con Dio, esattamente come Gesù, per il quale essa non si limita ad osservare un atto morale o precetto religioso, ma a partecipare pienamente della relazione d’amore che il Padre intende tessere con ciascuno di noi. Chi vive di questo amore “purifica se stesso, come egli è puro” dice Giovanni.
Secondo questa spiritualità ognuno di noi diviene santo non per merito delle virtù morali, ma perché, amato da Dio, si lascia impregnare del suo amore salvifico. È l’amore di Dio che purifica e santifica. In questo senso il santo non è un eroe nel pieno esercizio delle virtù eccezionali, ma una persona pienamente consapevole delle sue fragilità, e nonostante tutto sperimenta, nel proprio vissuto quotidiano, la straordinaria forza dell’amore di Dio, che gli consente di trasformare i propri limiti personali in opportunità di riscatto morale e spirituale. Le virtù non sono ostentazioni della sua eroicità, ma segni della reale azione dello Spirito in lui. Santo è chi fa spazio in sé all’io di Cristo. Esattamente come fa Paolo, quando afferma: “non sono più io che vivo, ma Cristo in me” (Gal 2,20).
Ma come facciamo a conformarci a Cristo, da divenire, come Paolo, una sola cosa con lui? La via, la via maestra è quella che Gesù stesso traccia nelle sue Beatitudini[2] e in modo particolare quando al termine delle quali giunge a dire: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,11-12). Il santo è colui che passa attraverso la “persecuzione” o la “grande tribolazione” (Ap 7,14), come la definisce Giovanni; durante la quale ci viene chiesto di lasciarci lavare le “vesti” della nostra condotta morale e religiosa, dallo Spirito che fa nuove tutte le cose. Divenire santi significa perciò lasciarsi progressivamente impregnare dalla Grazia, così che ogni ambito della vita personale, relazionale e sociale, perfino quelli più incresciosi del peccato, diventino un riflesso dell’amore trinitario. L’amore è ciò che ci fa essere pienamente e autenticamente noi stessi. La santità dunque non consiste nel compiere una serie di opere virtuose, ma nel lasciarci conformare la mentalità a quella filiale di Gesù. E questa operazione non si compie una volta e per sempre, ma si distende lungo tutto l’arco della nostra vita.
Chi sono allora i santi? Mi piace concludere con le parole di C. Lubich, che evidenzia la perenne attualità della santità nella storia: I santi sono Cristo dispiegato nel tempo.
[1] Per una maggiore comprensione è utile richiamare alla memoria le ragioni che hanno portato la Chiesa ad istituire questa solennità. La sua origine risale al X secolo, quando il papa Bonifacio IV, su autorizzazione dell’Imperatore Foca, trasformò il Pantheon – il tempio dedicato a tutti gli dei – in una chiesa consacrata a tutti i Santi e a Maria. Questo episodio divenne nel tempo l’espressione del passaggio dalla religiosità pagana a quella cristiana. L’incidenza del cristianesimo nei vari ambiti della vita sociale andava radicalmente trasformando la visione culturale e religiosa della vita. Questo processo ha continuato, non senza ostacoli, nel corso dei secoli, fino a determinare una vera e propria visione cristiana del mondo, che a livello sociale ha dato origine ad un progetto che va sotto il nome di “cristianità”, in vista del quale si è cercato di organizzare la vita del mondo come un riflesso di quella divina. Ma sia pure suggestivo e nobile nelle intenzioni il progetto ha avuto spesso una traduzione pratica non sempre all’altezza. La logica politica che ne ha accompagnato la realizzazione ha finito, in diverse circostanze, per strumentalizzare persino la stessa fede a fini puramente terreni. L’avvento del laicismo, nel tempo moderno, ne ha poi decretato la fine, tanto che, oggi, assistiamo addirittura a fenomeni, come halloween, che sembrano invertire la rotta verso un ritorno al passato pagano. Ed è proprio alla luce di questa rivalsa culturale che si avverte più che mai l’esigenza di mettere a fuoco il senso della santità che scaturisce dalla nostra celebrazione, per capire se essa risponde ancora alle istanze esistenziali dell’uomo contemporaneo; se costituisce realmente uno stile di vita credibile e alternativo a quello immanente della nostra cultura; e quindi in che termini essa può essere tradotta nell’attuale vita relazionale. Si rivela allora fondamentale cogliere lo specifico del suo significato evangelico, senza il quale, tutti gli sforzi personali e sociali rischiano di rivelarsi fallimentari.
[2] Si capisce allora perché Gesù considera la povertà, l’afflizione, la mitezza, la fame, la misericordia, la purezza di cuore, il desiderio di pace e di giustizia e perfino la persecuzione che abitualmente detestiamo, non come circostanze limiti, ma paradossalmente, come motivi di beatitudine. In questo senso la povertà lungi dall’essere ridotta a una forma di indigenza umana, costituisce la condizione fondamentale per acquisire l’autentico spirito evangelico, come giustamente fa notare l’aggiunta di Matteo rispetto alla stessa beatitudine descritta da Luca: “Beati i poveri in spirito” (cf. Mt 5, 3; cf. Lc 6, 20). Il povero in spirito non è tanto l’indigente materiale, ma chi si mostra docile all’azione dello Spirito di Dio. E così gli afflitti (cf. Mt 5, 4) non sono tanto coloro che sperimentano sulla propria pelle le conseguenze dell’ingiustizia e della prepotenza umana, quanto coloro che nutrono nel cuore la certezza che Dio costituirà per loro la consolazione più grande. Così anche i miti (cf. Mt 5, 5), non sono coloro che si lasciano coinvolgere dall’avidità del possesso, dal potere, dal piacere del successo o dalla conquista della fama, o nutrono il desiderio di rivalsa personale e sociale, ma coloro che pongono tutta la loro speranza nella logica evangelica del granello di senape, secondo la quale Dio “disperde i superbi nei pensieri del loro cuore, rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote (cf. Lc 1, 51-53). Il mite è colui che vive secondo il detto di Gesù: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde o rovina se stesso?” (Lc 9, 25). E così anche gli operatori della giustizia e della pace (cf. Mt 5, 6.9.10), più che gli idealisti che conseguono sogni utopistici, sono coloro che credono fortemente nella logica relazionale del Regno di Dio. E ancora i misericordiosi (cf. Mt 5, 7), non sono affatto i deboli, ma coloro che elargiscono con eccedenza l’amore di Dio che vive in essi. E quindi i puri (cf. Mt 5, 8) che solitamente il mondo considera ingenui, sono coloro che più di tutti sanno scorgere la presenza operante di Dio nelle vicende della vita e della storia.




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