1 Gennaio 2025 - Anno C - Maria SS. Madre di Dio
- don luigi
- 31 dic 2024
- Tempo di lettura: 7 min
Nm 6,22-27; Sal 66/67; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21
La Maternità divina di Maria
La maternità spirituale della Chiesa

Sandro Botticelli, Madonna col Bambino (1470), Museo Poldi Pezzoli, Milano
“Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5).
Dopo aver celebrato l’evento incarnativo di Dio la Chiesa ci fa celebrare, oggi, la Maternità divina di Maria. Tra i brani biblici che la liturgia ci offre, forse non c’è versetto migliore di questo paolino, tratto dalla lettera ai Galati, per riflettere su di essa. La teologia esprime questo mistero con un termine greco: Theotókos (dal greco Theos = Dio e tókos = madre), letteralmente colei che genera Dio. Il termine fu usato per la prima volta durante il Concilio di Efeso, nel 431, per dire che Maria non è solo madre di Gesù, ma anche madre di Dio. In questo modo Maria diventa luogo in cui la divinità s’incontra con l’umanità, perciò simbolo della divinoumanità di Cristo.
La possibilità di commentare questo dogma mariano ci invita a prendere in seria considerazione la nostra fecondità spirituale. Un aspetto questo della vita che siamo soliti riconoscere ai santi, mentre in realtà riguarda ciascuno di noi. Anche noi, come Maria, siamo chiamati a generare Gesù nell’oggi della nostra vita ecclesiale. In questo senso possiamo considerarci eredi dell’opera incarnativa di Dio. Attraverso di noi Cristo continua a incarnarsi nel mondo. È a questo livello che abbiamo modo di esercitare la maternità e la paternità spirituale nella Chiesa.
La liturgia della parola, tuttavia, accanto a questo tema mariano ce ne propone altri due, altrettanto importanti: il dono della filialità divina, come emerge per altro dallo stesso versetto paolino (cf. Gal 4,5-7), e quello della solenne benedizione di Dio, tratta dal libro dei Numeri 6,22-27. Tre dunque i temi che ci vengono proposti in questo inizio d’anno: la Maternità divina Maria, la filialità divina e la solenne Benedizione di Dio. Cominciamo da quest’ultimo, nella speranza di individuare il filo conduttore.
Quello di benedire è un atto proprio di Dio. Il riferimento ad esso all’inizio dell’anno solare si profila per noi come un segno di auspicio da parte di chi, come Dio, si prodiga a nostro favore per una più profonda elargizione dei suoi beni e della sua protezione. La sua effusione su di noi è indice di splendore, di grazia e di pace, come evidenzia il libro dei Numeri: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia splendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6,24-26). Stando alla testimonianza biblica la benedizione di Dio è strettamente legata al dono della vita. Nel libro della Genesi e precisamente nel racconto della creazione, troviamo che Dio ripete per tre volte questo gesto: la prima è rivolta agli animali: “Dio li benedisse: Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari” (Gen 1,22); la seconda è rivolta ad Adamo ed Eva: “Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere che striscia sulla terra” (Gen 1,28), la terza, invece, è rivolta alla festa liturgica del sabato: “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando” (Gen 2,3).
Nel primo e nel secondo caso notiamo che la benedizione è connessa alla fecondità generativa della vita biologica, come a dire che non basta essere creati da Dio, occorre la sua benedizione per ricevere il potere di generare. La nostra mentalità scientifica ci abitua a considerare l’atto di generare come un processo naturale del tutto ovvio, facendoci dimenticare completamente la sua ineffabile, ma discreta origine divina. La procreazione è un miracolo che accade nella più discreta quotidianità, del quale, però, prendiamo coscienza solo quando sperimentiamo la sterilità. Nei testi biblici, invece, traspare lo straordinario stupore che l’autore prova dinanzi alla meravigliosa opera con cui Dio dà origine alla vita e alla sua delicata opera di provvidenza. Dio non si limita alla sola azione creativa, ma si adopera anche per quella conservativa del creato, provvedendo al suo mantenimento, come evidenzia, tra l’altro, lo stesso nome di Dio Yhavhé, che significa: “io sono colui che è sempre presente” (cf. Es 3,14). Certo la sua opera provvidenziale ci appare talvolta ambigua e oscura, come quando, per esempio, assistiamo alla nascita di creature malate, se non addirittura mostruose, ma la sua azione si manifesta comunque attraverso la potenza della Vita – e nella sua continua e incessante opera che si perpetua, senza sosta, nel tempo – sebbene questa sia condizionata dalla fragilità della natura vegetale, animale e umana. Dio costituisce così il principio della vita biologica, ma al tempo stesso, anche il suo fondamento spirituale. Si comprende in questa prospettiva la benedizione del “sabato” (dall’ebraico šabbāt che significa “giorno di riposo”), con la quale l’autore biblico allude a tutta quella condizione religiosa che consente all’uomo di relazionarsi col suo creatore, grazie alla quale egli ha modo di sperimentare una nuova forma di fecondità, quella spirituale.
Ma come è possibile questa ulteriore forma di fecondità? Mentre quella biologica accade in modo naturale, quella spirituale necessita invece di una volontà di fede, che nasce da una relazione intima e profonda con Dio. L’evangelista Luca, nell’attuale brano evangelico, sembra suggerirci le condizioni che rendono possibile una simile fecondità. Nel tratteggiare l’attività spirituale di Maria egli fa uso di tre verbi: si “stupiva”, “custodiva” e “meditava”, tutti e tre relativi all’opera che lo Spirito andava compiendo in lei e nel suo bambino. Attraverso il significato di questi verbi ci sforzeremo di conoscere e praticare anche noi quelle condizioni che rendono possibile la fecondità spirituale all’interno della Chiesa.
Il nostro contesto culturale e sociale sembra attribuire lo “stupore” – come la meraviglia, la sorpresa – solo ai bambini e a chi come loro conserva ancora una certa ingenuità o innocenza della vita. In realtà Maria non è né una bambina, né un’ingenua, tantomeno vive una vita ovattata, avulsa dalla realtà e priva di esperienze dolorose; al contrario, a differenza di tanti adulti, dalla maturità piuttosto dubbia, lei ha il coraggio di lasciarsi sorprendere ancora dalla vita e ancora più da Dio, al punto da rimanere attonita non solo dinanzi al modo con cui Dio interviene nella sua storia, ma anche dinanzi alle parole che gli astanti le proferivano sul bambino (cf. Lc 2,17-18). Per avere un’idea dello stupore di Maria basterebbe contemplare il Magnificat (cf. Lc 1,46-55), autentico canto di lode a Dio, per tutte le meraviglie che egli ha operato in lei[1].
Al pari di noi anche Maria non capisce immediatamente tutto quello che le riferivano, ma a differenza di noi non lascia andare a vuoto nessuna di quelle parole (cf. 1Sam 3,19), nel senso che le custodiva nel suo cuore, in attesa che il loro significato le si dischiudesse. Custodire significa conservare con cura un oggetto prezioso che viene donato; difenderlo contro le insidie dei nemici. A livello teologico l’atto del custodire riguarda anzitutto il deposito della fede – così da conservarlo intatto, puro, contro le alterazioni. Non basta credere, occorre anche verificare se quello che si capisce della parola di Dio corrisponde all’esatta interpretazione ecclesiale.
Oltre a stupirsi e custodire, Luca ci dice anche che Maria meditava. Il verbo originario che viene tradotto con “meditare” è symballein che letteralmente significa “considerare”, “interpretare”, “mettere insieme”. In altre parole Maria non solo custodiva con cura l’opera di Dio in lei, ma cercava anche di coglierne il significato. Il suo è l’atteggiamento di chi sviluppa l’intelligenza spirituale, ovvero coglie i legami tra gli eventi e le parole che Dio compie e pronuncia nella storia degli uomini. Li mette insieme e li interpreta in unità. Non basta assistere a quello che Dio fa e dice, occorre anche capirlo per crescere nella fede.

Andrea Mantegna, Madonna col Bambino (1490 ca), Museo Poldi Pezzoli, Milano
Attraverso queste operazioni Maria ci fa capire che per vivere autenticamente la fede all’interno della Chiesa occorre, come lei, cogliere il significato delle cose, ovvero lasciarsi fecondare l’intelligenza dallo Spirito. Solo un’intelligenza fecondata dallo Spirito è in grado di alimentare l’amore di grazia divina e dare luogo alla maternità e paternità spirituale. Occorre più che mai scoprire questo straordinario dono di Dio se si vuole diventare madri e padri della vita ecclesiale. È attraverso di essa che si comprende il mistero della nostra filialità divina di cui parla san Paolo: “Quando venne la pienezza del tempo – dice san Paolo – Dio mandò il suo Figlio, nato da donna … perché ricevessimo l’adozione a figli”. La prova di questa filialità ci viene offerta – continua ancora san Paolo – dalla presenza dello Spirito di Dio nei nostri cuori: “Che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abba! Padre!” (cf. Gal 4,4-7). “Noi fin da ora siamo figli di Dio” – ribadisce Giovanni nella sua prima lettera – anche se “ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1Gv 3,2). Dentro di noi abita lo stesso Spirito di Dio. È lui che ci lascia intuire la verità della nostra filialità e ci suscita il desiderio di raggiungerla, per conformare progressivamente la nostra creaturalità alla filialità di Cristo. L’opera dello Spirito costituisce, dunque, la realtà di cui, più che mai, stupirci; il tesoro da custodire con cura e attenzione; la realtà sulla quale meditare, se intendiamo assumere un autentico stile di vita ecclesiale.
[1] Lo stupore, tuttavia, sembra essere un atteggiamento anche divino. Qualche anno fa il comico Benigni nel commentare il XXXIII canto del Paradiso della Divina Commedia, e precisamente il verso dove Dante, attraverso le parole di san Bernardo, dice di Maria: “Tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ‘l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura”, espresse lo stupore che Dio provò dinanzi a Maria sua creatura, in questi termini: “madonna com’è bella questa cosa che ho fatto, quasi quasi mi faccio far da lei! Mi piace così tanto … che mi faccio far da lei …”.




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