5 Luglio 2026 - Anno A - XIV Domenica del T.O.
- 4 lug
- Tempo di lettura: 7 min
Zc 9,9-10; Sal 144; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30
Il giubilo evangelico

“Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai semplici. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio, nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”(Mt 11,25-27).
Quello appena letto è il cosiddetto Inno di giubilo, col quale Gesù loda il Padre, per aver deciso di rivelare il mistero della sua identità divina e della sua relazione filiale col Padre, ai semplici piuttosto che ai dotti e ai sapienti del mondo. Collocato dopo il discorso missionario, questo inno ci rende partecipi della gioia stessa di Gesù nel vedere gli effetti che il Vangelo suscita nelle persone che si dispongono ad accoglierlo nella loro vita. Si tratta perciò di una preghiera di lode che Gesù formula, probabilmente, a seguito della predicazione sua e degli apostoli, durante le quali ha avuto modo di assistere a una diversa ricezione del suo messaggio evangelico: da una parte il rifiuto esplicito dei farisei, membri dell’aristocrazia ebraica e della classe dirigente della religione mosaica, ovvero quelli che costituivano la cosiddetta intellighenzia religiosa; dall’altra una inattesa e incondizionata accoglienza da parte dei “piccoli”, ovvero di quelli che Matteo definisce: “poveri in spirito” (cf. Mt 5,5). Da qui la sua preghiera di lode: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai semplici”. Una preghiera che, tra l’altro, fa luce anche sulla logica rivelativa del Padre e sulle disposizioni spirituali per accedere al suo mistero divino.
Per meglio comprendere il senso di questo inno è opportuno confrontarlo con la versione lucana (cf. Lc 10,21-22), e più precisamente con il contesto narrativo in cui lo colloca quest’ultimo. Mentre in Luca Gesù loda il Padre per le meraviglie operate attraverso i settantadue discepoli, a seguito della loro prima esperienza missionaria, in Matteo Gesù loda il Padre per aver tenuto nascosto il segreto della loro relazione divina ai dotti e averla rivelata ai semplici. A differenza di Luca Matteo sembra voler evidenziare maggiormente le tensioni tra Gesù e i Farisei e individuare le ragioni che inducono questi ultimi a giustificare il loro rifiuto di Cristo. In realtà questa opposizione viene evidenziata già nei confronti del Battista, del quale i farisei non hanno voluto riconoscere le origini profetiche della sua missione battesimale (cf. Lc 20,1-8). Essa costituisce perciò la ragione principale che impedisce ai “dotti di ogni tempo” di accogliere e riconoscere il carattere messianico di Gesù, ovvero di “colui che deve venire” (cf. Mt 11,3; cf. 3,11).
A uno sguardo più attento e profondo è possibile prendere atto che questo atteggiamento di rifiuto si annida, in modo particolare, nel cuore di tutti coloro che in virtù delle loro conoscenze filosofiche, scientifiche, tecnologiche si ritengono autosufficienti, capaci cioè di poter vivere un’esistenza indipendente dalla relazione con Dio. Nello specifico questa tentazione attraversa anche chi, come i farisei, una volta acquisita una certa conoscenza teologica, ritiene di appellarsi alle proprie qualità intellettive e morali per conseguire la salvezza in modo autonomo[1]. Questa sorta di autoconvincimento razionale li fa sentire al sicuro, al punto da poter negare l’autenticità della testimonianza di Gesù, il quale attesta la sua origine divina non in base alle parole, ma in virtù delle sue opere messianiche (cf. Gv 10,37-38)[2]. A fronte di questa resistenza e durezza di cuore, Gesù esulta di gioia per coloro che invece si mostrano docili all’azione dello Spirito, il quale rivela loro il segreto dell’intima relazione divina che sussiste tra lui e il Padre, consentendo in questo modo di partecipare alla loro stessa relazione d’amore[3].
Ma proviamo ora a capire le disposizioni d’animo necessarie per comprendere e partecipare del mistero divino. Per farlo partiamo dai brani biblici del profeta Zaccaria e quello di Paolo ai Romani. Zaccaria presenta il profilo di un re che oscilla tra l’autorità, la potenza, l’onore e la grandezza di un condottiero militare e politico, e la semplicità di un umile e pio israelita. Ad accrescere questo aspetto paradossale contribuisce anche la sua cavalcatura: non un cavallo gualdrappato, come previsto per un re, ma “un puledro figlio d’asina” – prefigurazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme –. Egli è re giusto e vittorioso, sovrano di un regno esteso: da “mare a mare”, “fino ai confini della terra”. Malgrado tutto, però, assume gli atteggiamenti di un uomo semplice, che non si inorgoglisce delle sue imprese. I suoi portamenti non sono quelli di un dominatore, ma di un uomo mite, semplice, pacifico. Anzi, il suo scopo è quello di mettere fine alle imprese militari e belliche, “facendo sparire il carro da guerra” e “spezzando l’arco di guerra”. Il suo unico desiderio, dunque, è promuovere la “giustizia” e la “pace” (cf. Zc 9,9-10).
Nella stessa scia si pone anche il brano di Paolo, il quale fa leva sulla docilità allo Spirito, come ciò che consente di giungere alla conoscenza della vita intima di Dio. Per fare ciò occorre lasciarsi guidare da lui, poiché è lui che, scrutando i pensieri di Dio, li rende partecipi a quanti entrano in un rapporto di fede con Cristo. Senza lo Spirito non è possibile perciò svelare il segreto dell’identità divina di Cristo: “Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene” (Rm 8,9). Chi dispone del suo Spirito, invece, ha modo di acquisire il suo pensiero (cf. 1Cor 2,16) e di essere abilitato a vivere secondo il suo vangelo. Grazie a questo rinnovato modo d’essere egli può così combattere le opere che scaturiscono dalla “carne”, ovvero dalla logica di vita del mondo, come: l’orgoglio, il dominio, l’ozio, l’avarizia, l’invidia, le gozzoviglie, l’impurità, le ubriachezze … Chiunque si lascia dominare da questi sentimenti sperimenta già in se stesso i germi della morte, ovvero della distanza da Dio; chi invece vive una vita conforme allo Spirito, sperimenta i germi della vita eterna, che si manifesta attraverso i frutti dell’amore, della gioia, della pace, della magnanimità, della benevolenza, della bontà, della fedeltà, della mitezza, del dominio di sé (cf. Gal 5,19-22).
Nell’inno di giubilo Gesù sembra ricapitolare tutte queste caratteristiche ed esprimerle in termini di umiltà, mitezza, semplicità, piccolezza, giustizia: tutti atteggiamenti che riflettono il suo carattere “mite e umile di cuore” (Mt 11,29). L’acquisizione di questi atteggiamenti contribuisce a creare nel discepolo quella disposizione d’animo, atta alla conoscenza delle “cose” divine. Le “cose” di cui parla Gesù sono quelle relative alla mutua relazione che sussiste tra lui e il Padre, alla quale può accedere solo chi entra in un rapporto di fede con Lui. “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6)[4]. È all’interno di questa intima relazione d’amore interpersonale con Cristo che lo Spirito apre la mente ai “piccoli evangelici” (cf. Mt 18,1-5.10.12-14) e permette loro di cogliere l’identità paterna di Dio e quella filiale di Gesù. Una conoscenza che non rimane circoscritta all’interno della loro relazione trinitaria, ma viene estesa e partecipata a tutti coloro che entrano in relazione con Dio attraverso di Cristo. Essa non scaturisce da una speculazione teologica razionale, ma dall’umile adesione al piano salvifico di Dio. Non che i piccoli di cui parla Gesù siano poco dotati dal punto di vista intellettivo, anzi, talvolta ne eccellono perfino, ma che non fanno della loro intelligenza un metro di giudizio e di confronto con gli altri, da sentirsi superiori a ciascuno. Rivelandoci questo segreto Gesù intende farci sperimentare la pienezza della sua gioia divina. È a questo che si riferisce quando dice: “Vi ho detto queste cose, perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).
Entrare in questa logica d’amore significa scoprire la libertà della vita filiale, sperimentare la bellezza del suo stile di vita, la soavità del suo giogo, la dolcezza del suo spirito, la leggerezza della sua esistenza, il conforto e la consolazione della sua relazione, tutti sentimenti che rivelano il senso profondo dell’affermazione di Gesù che Matteo colloca subito dopo questo inno di giubilo, e che stranamente non è stata inserita nell’attuale brano liturgico: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30). Si tratta perciò di una conoscenza che dà “ristoro” e “riposo” all’anima di quanti sperimentano quotidianamente quel tipo di “stanchezza esistenziale” che scaturisce dalla presunzione di vivere un’esistenza indipendente da Dio, e di realizzarsi fuori dalla relazione con lui. Ancora una volta Gesù ci rivela l’origine e l’identità relazionale del nostro io. Esso non è fatto per vivere da solo, come un’isola, semmai come parte di un arcipelago nell’oceano dell’amore divino.
[1] È lo stesso atteggiamento che scaturisce da qualsiasi altra forma di conoscenza … che rivela l’idea di poter vivere la propria esistenza facendo a meno di Dio.
[2] Addirittura essi ritengono devianti e dannose le sue affermazioni e blasfeme le sue opere, perché a loro avviso non provengono da Dio, ma dall’arroganza di un uomo presuntuoso che si è posto perfino a servizio di Belzebùl – principe dei demoni – in nome del quale egli opera (cf. Mt 12,24). Per cui molti di loro, pur avendole viste con i loro occhi, hanno continuato a negarne l’evidenza. Da qui il “guai” (Mt 11,21) che Gesù pronuncia nei loro confronti e nei confronti degli abitanti di quelle città nelle quali ha operato il maggior numero di prodigi, e cioè Gorazin, Betsaida e soprattutto Cafarnao (cf. Mt 11,20-24), città nella quale si era trasferito all’origine della sua predicazione pubblica (cf. Mt 4,13). Malgrado tutto Gesù non pronuncia alcuna forma di maledizione verso di loro. Le formule verbali: “guai” e soprattutto “precipiterete negl’inferi” (Mt 11,23), anche se suonano dure, non sono sentenze di giudizio, poiché egli non è venuto a giudicare (cf. Gv 12,47), ma costituiscono disperati appelli di un profeta che fa di tutto, affinché essi si ravvedono e si convertano. Attraverso di esse Gesù intende prospettare loro le inevitabili conseguenze a cui vanno incontro, se non abbandonano la loro ostinata caparbietà morale e intellettiva.
[3] Divenuti familiari di questa dinamica relazionale essi sono perfettamente in grado di conoscere i misteri del regno dei cieli, motivo per cui Gesù può parlare loro apertamente, senza dover ricorrere più alle parabole (cf. Mt 13,11).
[4] Per avere un’idea di questa forma di intelligenza conoscitiva è opportuno un richiamo alla rivelazione che il Padre fa dell’identità messianica di Gesù a Pietro, a Cesarea di Filippo, dove alla domanda che Gesù pone ai discepoli: “Chi dite che io sia?”, Pietro risponde: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, e subito dopo Gesù, come a volere chiarire il segreto di questa scoperta, aggiunge: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli” (Mt 16, 13-17). Si tratta dunque di una conoscenza che non scaturisce da una riflessione logica-razionale, ma da una adesione alla vita relazionale di Dio, nella quale lo Spirito di Cristo consente all’intelligenza umana di partecipare della libera e gratuita rivelazione divina.




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