20 Settembre 2026 - Anno A - XXV Domenica del T.O.
Is 55,6-9; Sal 144/145; Fil 1,20c-24.27; Mt 20,1-16
Il criterio salvifico di Dio

“Quando fu sera tutti gli operai ricevettero ciascuno un denaro … ma quelli della prima ora mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? … Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te” (Mt 20,8-14).
Questa appena letta è la conclusione della parabola degli Operai chiamati a lavorare nella vigna, con la quale Gesù esplicita il criterio con cui Dio elargisce la salvezza. Stando alla sua interpretazione, essa viene profusa non in base all’idea della meritocrazia e della giustizia retributiva – come ritenevano i farisei (cf. Mt 19) – ma in base a quello della infinita misericordia che Dio nutre per l’uomo. Si tratta perciò di un dono che senza escludere la partecipazione umana, Dio dispensa gratuitamente anche a chi apparentemente non sembra disporre delle dovute condizioni morali. Un criterio che sconcerta letteralmente la mentalità di chi è abituato a ritenerla una ricompensa dovuta a chi gode di una condotta morale integerrima.
Ma proviamo a evidenziare lo sviluppo di questa interpretazione gesuana nel testo narrativo. Gesù racconta di un ricco proprietario terriero che mosso dal desiderio di prendersi cura della propria vigna, s’impegna personalmente, nelle diverse ore del giorno, a chiamare gli operai, disponibili a lavorare per lui; stabilendo con loro una somma pattuita di comune accordo. Tutto procede secondo i patti, fino a quando gli operai – alla fine della giornata – si recano da lui per riscuotere la paga. Con sorpresa quelli dell’ultima ora ricevono la stessa somma di quelli della prima. Questo comportamento del padrone sconvolge gli operai della prima ora, creando una discussione animata tra loro che sfocia in un aperto rimprovero: “questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e tu li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo” (Mt 20,12). Sentendosi rimproverare il padrone ribadisce l’accordo stabilito al momento della chiamata: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro?” (Mt 20,13).
Eccoci giunti alla questione problematica della parabola: la scelta di dare a tutti gli operai la stessa paga appare decisamente ingiusta e ciò muove alcuni di essi a rilevare questo assurdo comportamento del padrone. Tutta l’attenzione del racconto converge verso questo aspetto problematico. Esso ci interpella e ci invita a rivedere la nostra idea di salvezza e di giustizia divina. Da qui la nostra domanda: su cosa si fonda l’accusa di quegli operai? Per rispondere alla domanda proviamo a considerare attentamente il significato degli elementi che strutturano la parabola. Non è difficile capire che la “vigna” corrisponde al regno di Dio; l’“invito” a lavorare nella vigna a quello della chiamata di Dio; la “giornata” all’intero arco della vita; le “ore della giornata” alle diverse fasi della vita in cui Dio rivolge la sua chiamata, la “paga” al giudizio di Dio; il “denaro” alla salvezza; gli “operai della prima ora” corrispondono al popolo eletto; quelli dell’“ultima ora” ai pubblicani, peccatori, prostitute, pagani … quelli cioè considerati esclusi dalla salvezza divina. Riletta in questa chiave notiamo subito che l’accusa di quegli operai si fonda su una falsa attesa. In primo luogo perché il padrone non compie alcuna ingiustizia, dal momento che dà loro la paga comunemente pattuita; in secondo luogo perché la loro idea di giustizia non corrisponde affatto a quella del padrone, alla quale non si erano neppure impegnati a capire durante il loro lavoro. Essi infatti partivano dal presupposto che avendo lavorato in più egli avrebbe dovuto dare loro un di più. In realtà con questa categoria di operai Gesù non fa che evidenziare la mentalità di tutti quei credenti che fondano la loro religiosità su un’equazione morale, secondo la quale la salvezza sia un atto dovuto, riservato a coloro che svolgono in modo scrupoloso i precetti religiosi e mantengono un comportamento morale rigorosamente impeccabile, esattamente come quelli assunti dal fariseo che si reca insieme al pubblicano nel tempio (cf. Lc 18,9-14). Gesù, invece, coerente con la visione – tipicamente biblica – della giustizia divina, è convinto che questa non è riducibile a quella retributiva, ma consiste nella fedeltà di Dio alla sua promessa salvifica. Si capisce perciò la risposta con cui Gesù giustifica la sua missione: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori” (Mt 9,12-13). Un’accusa, dunque, quella degli operai assolutamente infondata. Essa non tiene affatto conto della libera e gratuita generosità con cui Dio elargisce la salvezza, come attesta il Salmo 144: “Misericordioso e pietoso è il Signore, / lento all’ira e grande nell’amore. / Buono è il Signore verso tutti, / la sua tenerezza si espande su tutte le creature. / Giusto è il Signore in tutte le sue vie / e buono in tutte le sue opere. / Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, / a quanti lo invocano con sincerità”.
In questa ottica si comprende anche la calorosa esortazione del profeta Isaia che costituisce la condizione fondamentale per giungere alla salvezza: “L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri” (Is 55,7-8)[1]. Un brano questo che contribuisce a rivelarci come il ‘pensiero di Dio’ sia profondamente animato dal desiderio della salvezza. Pertanto il suo principale obiettivo è quello di comunicare costantemente il suo amore misericordioso, durante tutto il corso della vita. Non sempre riconosciamo il modo con cui egli si manifesta perché “le sue vie sovrastano le nostre vie”; l’essenziale è accoglierlo attraverso la sua chiamata e riconoscere “l’ora della giornata” in cui essa sopraggiunge, e soprattutto condividere con lui la gioia di lavorare per il suo regno. Come non ricordare allora in questa circostanza l’appello che Dio rivolge al suo popolo attraverso il profeta Gioele, “Ritornate a me con tutto il cuore … perché il Signore è misericordioso e benigno, tardo all’ira e ricco di benevolenza e si impietosisce riguardo alla sventura” (cf. Gl 2,12-13).
Dio dunque elargisce la salvezza non in base alla sua arbitrarietà, come sembra emergere dalla lettura del v. 14: “Amico, … non posso fare delle mie cose quello che voglio?”, ma in base al principio della fedeltà alla sua promessa salvifica. Il che lo rende libero di agire secondo il criterio dell’amore. La fede non esonera il credente dal lavoro che la vigna di Dio comporta, ma lo considera come segno di riconoscenza a Dio per il dono ricevuto. Chi lavora per il regno non lo fa perché è tenuto a farlo, ma perché prova gioia e gusto nell’offrire a Dio il proprio contributo. Le opere d’amore sono tali quando, originate dalla libertà, divengono libere per coloro che le praticano e liberanti per coloro che li ricevono. Esse non devono essere motivate dalla fredda razionalità del moralismo giuridico, che ne anestetizza la carica carismatica, ma dall’eccedente dell’amore per Dio. Ecco il “pensiero di Dio” che giustifica la nostra chiamata a lavorare per il suo regno. Non c’è altra ragione per chi spende la propria vita per il Vangelo, se non quella di condividere la gioia della salvezza, anche con chi ha modo di salvarsi all’ultimo momento. Solo chi pensa e vive d’amore, come Gesù, fa di tutto per costruire il suo regno nel mondo. È qui la gioia sua e quella di Dio, come attestano anche i detti evangelici: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35) e “C’è più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7).
La parabola, pertanto, pur muovendosi nella visione della giustizia retributiva tipicamente veterotestamentaria, introduce il nuovo principio salvifico inaugurato da Cristo, secondo il quale la salvezza non consiste più in un premio riservato ai soli giusti, come riteneva la prassi religiosa farisaica, per la quale bastava anche il solo culto esteriore a garantirla, ma nella partecipazione all’amore di Dio, la cui comunione genera una reale e libera presa di distanza dal peccato. L’idea di una salvezza intesa come privilegio religioso riservato al popolo eletto pertanto non è più ammissibile. Essa è decisamente tramontata. Ogni persona che si apre alla chiamata di Dio e si rende disponibile a realizzare il suo regno nel mondo, può accedere alla salvezza. È di questo nuovo principio che Paolo si fa interprete e divulgatore attraverso i suoi scritti, come attestano in modo particolare la lettera ai Galati e ai Romani, dove affronta il problema dell’ammissione dei pagani alla salvezza senza farli passare necessariamente attraverso la prassi religiosa mosaica. La questione affrontata dalla parabola fa dunque luce non solo sulla missione di Gesù, ma anche su quella della Chiesa nel mondo contemporaneo. Anch’essa è invitata a guardare le persone oltre le categorie morali, culturali e sociali con cui siamo soliti definirle.
[1] La circostanza storica a cui fa riferimento il profeta Isaia ci riporta al sentimento di speranza che l’editto di Ciro aveva ingenerato tra la gente, grazie al quale tutti i popoli deportati e quindi anche Israele, potevano ritornare definitivamente in patria. Un evento che viene interpretato dal profeta come un segno della perenne attenzione che Dio malgrado tutto, continua ad avere verso il suo popolo. Ne scaturisce un’esortazione che Isaia rivolge agli esiliati in terra babilonese, per i quali invece la deportazione appariva come un segno di definitivo abbandono da parte di Dio. Questo episodio si rivela perciò significativo per comprendere i modi e le “vie” misteriose attraverso le quali egli ci fa giungere alla salvezza. Non poche volte, infatti, ci capita di partecipare ad eventi, ma per vari motivi ci rimangono oscuri o insignificanti. Per capirne il senso occorre leggerli e rileggerli alla luce del piano di Dio, esattamente come fa Isaia con l’esilio e l’editto di Ciro. Ecco allora profilarsi la prima operazione a cui siamo chiamati: interpretare in chiave teologica ogni circostanza ed evento che caratterizza la nostra storia personale e comunitaria. È importante questo sforzo interpretativo perché Dio è sempre imprevedibile: non ci parla mai allo stesso modo, forme, circostanze e momenti previsti, ragion per cui la sua volontà ci rimane spesso enigmatica. Occorre allora interpretare, ma farlo sempre in modo nuovo e creativo, secondo la flessibilità creativa suggeriteci dallo Spirito dentro di noi. Non esiste, infatti, uno schema comunicativo standard di Dio, valido per ogni epoca, cultura, popolo e persona, tale che una volta acquisitolo possiamo garantirci la conoscenza chiara della sua volontà. Egli è sempre sorprendente, anche perché la sua comunicazione, pur presentando delle caratteristiche simili a tutti, si compie attraverso la sensibilità religiosa, spirituale, teologica e culturale di coloro che l’attualizzano nell’oggi della fede.




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