1 Novembre 2024 - Anno B - Solennità di Tutti i Santi
- don luigi
- 31 ott 2024
- Tempo di lettura: 9 min
Ap 7,2-4.9-14; Sal 23/24; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12
L’attualità della santità

“Chi sono quelli vestiti di bianco e da dove vengono? Gli risposi: Signore mio, tu lo sai. E lui: Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello” (Ap 7,13-14).
“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,11-12).
Questi appena letti sono i versetti biblici, tratti rispettivamente dal libro dell’Apocalisse di San Giovanni e dal Vangelo di Matteo, con i quali la Liturgia ci qualifica l’essenza dell’identità dei santi e che la Chiesa ci fa celebrare, oggi, in un unico giorno, come un autentico momento di comunione, tra coloro che partecipano già della vita gloriosa di Cristo e noi che ci ritroviamo ad essere ancora ‘affaticati pellegrini’, nella difficile realtà del mondo. È interessante notare che entrambi i testi sono accomunati da un'unica convinzione che traccia la via ed esplicita le condizioni che consente di tradurre, in un vissuto quotidiano, l’ideale di santità cristiano. Cos’è la “grande tribolazione” di cui parla Giovanni se non la “persecuzione” a cui fa riferimento Gesù? Il passaggio attraverso di essa costituisce allora la condizione ineludibile per divenire santi.
Prima però di addentrarci in questo discorso che si preannuncia alquanto impegnativo e amaro per i nostri palati scialbi e insipidi, è forse utile richiamare alla memoria le ragioni che hanno portato la Chiesa ad istituire questa festa, per comprenderne il senso originario e profondo, specie nell’attuale contesto sociale, profondamente intriso di una cultura individualista, materialista ed edonista che, in diversi modi e forme, insidia anche la nostra vita di fede, tanto da indurci a considerare la santità come una realtà utopistica e fuori luogo, mentre essa ha un rapporto inscindibile con la nostra vita spirituale ed ecclesiale, senza contare le possibili conseguenze su quella culturale e sociale. Per ragioni comunicative rimando alla nota in margine questo breve excursus storico[1], che preferisco sintetizzare qui in una domanda: è ancora attuale la santità?
A giudicare dalle varie canonizzazioni con cui la Chiesa, nonostante tutto, riconosce ancora la santità di tanti nostri fedeli, sembrerebbe di sì, e la cosa non può che gratificarci se pensiamo alle numerose difficoltà che la fede cristiana comporta nell’attuale tessuto sociale, culturale e perfino ecclesiale. Il rischio rimane sempre quello di considerare la santità un ideale di vita suggestivo, ma fatto solo per pochi eletti. Lo scopo di questa festa invece è quello di suscitare un rinnovato interesse e ardore per la santità così da renderla lievito nel mondo, affinché tutta l’umanità sia fermentata dall’amore divino. Naturalmente per farlo è importante cogliere il senso della logica evangelica, che è quella del chicco di grano (cf. Gv 12, 24s), secondo la quale solo chi muore a se stesso, può dare origine alla vita nuova in Cristo.
Cominciamo allora col dire che la santità più che un ideale umano è una chiamata di Dio, che lui stesso formula in questi termini: “Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo” (Lv 19, 2). È Dio che ci chiama alla santità, ovvero a conformarci alla sua natura divina. La santità dunque definisce la natura di Dio, come sottolinea anche il profeta Isaia che la sperimenta al momento della sua chiamata nel tempio: “Santo, santo, santo … tutta la terra è piena della sua gloria” (Is 6, 3). La santità, pur essendo una qualità propria di Dio, non viene custodita da lui come un tesoro geloso, al contrario la manifesta e la rende partecipe ad ogni creatura. Ma qual è l’essenza della santità di Dio? Cosa la qualifica? L’evangelista Giovanni quando cerca di rispondere a questa domanda dice che: “Dio è amore” (1Gv 4, 8). L’amore dunque è ciò che qualifica la santità di Dio: Dio è santo perché è amore. In questa prospettiva chiunque si accinge a vivere la propria vita nell’ottica dell’amore divino, conforma la propria esistenza alla santità di Dio, divenendo, come già affermato nel libro del Levitico, santo come lui è santo.
Gesù riprende e traduce questa formula in: “Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 48). Nella visione di Gesù la santità si stempera nella vita come una tensione esistenziale verso la perfezione di Dio. È interessante notare come egli, nonostante disponesse della coscienza della sua santità, orienti l’attenzione del discepolo non su di sé, ma sul Padre che è nei cieli. Egli non dice alla maniera paolina: “Fatevi miei imitatori” (cf. 1Cor 11, 1), ma “Siate perfetti com’è perfetto il Padre che è nei cieli”, cioè imitate la sua perfezione, come a considerarla il principio, il senso e il fine della loro santità. Egli si mette, per così dire, da parte, affinché il Padre sia il “Tutto” della vita dei suoi discepoli. Ma è possibile tendere alla perfezione del Padre? Gesù non rischia di essere troppo esigente con noi? Umanamente saremmo portati a considerare Gesù un idealista e invece è sempre lui a ribadirci le seguenti parole: “Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi” (Gv 14,12). È chiaro allora che se lui è così esigente è perché conosce le nostre reali potenzialità. D’altronde non è Dio che ci ha fatto a sua immagine? Pertanto la santità è per Gesù il nostro dover essere. È importante curare e custodire questa tensione verso il Padre. Essa è alla base della fede, senza la quale nessuno sarebbe in grado di uscire da sé, dal proprio egocentrismo, egotismo e individualismo. Una simile tensione necessita perciò di un esodo continuo verso la vita relazionale del Padre, proposta da Gesù come la condizione più originaria e autentica della vita umana, la cui comunione con lui si dischiude come un cammino d’amore salvifico.
La santità si delinea così come un graduale cammino di trasfigurazione della realtà umana – con tutto ciò che essa comporta – e di conformazione della nostra vita a quella divina. In questo senso essa non si riduce ad essere solo un atto di purificazione morale, ma costituisce essenzialmente un movimento verso l’amore di Dio e una sua progressiva assunzione nella propria vita. In altre parole, il discepolo diviene santo non tanto perché si allontana dal peccato, ma perché si conforma all’amore di Dio. Ed egli si comporta così perché attratto dalla bellezza della sua santità e del suo amore. “Tu mi ha sedotto Signore, ed io mi sono lasciato sedurre”, dice il profeta Geremia 20,7, come a voler sottolineare il fascino irresistibile che Dio esercita su di noi col suo amore. Questo significa che noi diveniamo santi non già grazie alle nostre virtù e ai nostri sforzi umani, ma perché amati da Dio ci lasciamo impregnare del suo amore. È l’amore di Dio che ci trasforma, ci purifica e santifica. Il santo non è un eroe nel pieno esercizio delle sue virtù eccezionali, ma una persona pienamente consapevole delle sue fragilità, il quale sperimenta, nel proprio vissuto quotidiano, la straordinaria forza della Parola di Dio, che gli consente di trasformare i propri limiti personali in occasioni di superamento di sé. In questo senso le virtù non sono dimostrazioni della sua eroicità, ma segni della reale azione dello Spirito di Dio in lui. Egli è colui che si lascia fermentare dall’amore di Dio. Santo è chi fa spazio nel proprio io all’io di Cristo. Esattamente come fa Paolo, quando afferma: “non sono più io che vivo, ma Cristo in me” (Gal 2,20). Egli muore al peccato passando attraverso la grande prova della tribolazione, lavando le vesti della sua identità personale, della sua mentalità, dei suoi affetti, delle sue relazioni, della sua visione culturale e religiosa, rendendole candide col sangue dell’Agnello, come afferma Giovanni nel libro dell’Apocalisse (cf. Ap 7,13ss). Infatti egli si scopre giustificato non per mezzo delle opere virtuose che compie, ma grazie all’amore che lo Spirito riversa nel suo cuore attraverso la fede in Cristo (cf. Rm 5,5).
La santità non è un evento divino che accade in un preciso momento storico, semmai questo è l’inizio, ma un processo che si distende lungo tutto l’arco della nostra vita, come una vera e propria conversione alla mentalità evangelica di Cristo. Un simile processo non comporta affatto una riduzione o perdita della dimensione umana a favore di quella divina, al contrario ne consente la pienezza e il compimento. Si tratta perciò di impregnare l’amore umano di quello divino, secondo le modalità suggerite da Maria alle nozze di Cana: “Fate quello che vi dirà” (cf. Gv 2,1-25). Divenire santi significa perciò lasciarsi progressivamente impregnare della Grazia, che Dio effonde su di noi per mezzo del suo Spirito, così che ogni ambito della vita personale e relazionale, perfino quello più increscioso del peccato, diventi un riflesso di quella trinitaria.
Si capisce allora perché Gesù considera la povertà, l’afflizione, la mitezza, la fame, la misericordia, la purezza di cuore, il desiderio di pace e di giustizia e perfino la persecuzione che abitualmente detestiamo, non come circostanze limiti, ma paradossalmente, come motivi di beatitudine. In questo senso la povertà lungi dall’essere ridotta a una forma di indigenza umana, costituisce la condizione fondamentale per acquisire l’autentico spirito evangelico, come giustamente fa notare l’aggiunta di Matteo rispetto alla stessa beatitudine descritta da Luca: “Beati i poveri in spirito” (cf. Mt 5,3; cf. Lc 6,20). Il povero in spirito non è tanto l’indigente materiale, ma chi si mostra docile all’azione dello Spirito di Dio. E così gli afflitti (cf. Mt 5,4) non sono tanto coloro che sperimentano sulla propria pelle le conseguenze dell’ingiustizia e della prepotenza umana, quanto coloro che nutrono nel cuore la certezza che Dio costituirà per loro la consolazione più grande. Così anche i miti (cf. Mt 5,5), non sono coloro che si lasciano coinvolgere dall’avidità del potere, dal piacere del successo o dalla conquista della fama, o nutrono il desiderio di rivalsa personale e sociale, ma coloro che pongono tutta la loro speranza nella logica evangelica del granello di senape, secondo la quale Dio “disperde i superbi nei pensieri del loro cuore, rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote (cf. Lc 1,51-53). Il mite è colui che vive secondo il detto di Gesù: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde o rovina se stesso?” (Lc 9,25). E così anche gli operatori della giustizia e della pace (cf. Mt 5,6.9.10), più che idealisti che conseguono sogni utopistici, sono coloro che credono fortemente nella logica relazionale del Regno di Dio. E ancora i misericordiosi (cf. Mt 5,7), non sono affatto i deboli, ma coloro che elargiscono con eccedenza l’amore di Dio che vive in essi. E quindi i puri (cf. Mt 5,8) che solitamente il mondo considera ingenui, sono coloro che più di tutti sanno scorgere la presenza operante di Dio nelle vicende della vita e della storia.
Il paradosso, tuttavia più evidente, di questa prospettiva evangelica descritta da Gesù, sta nel cogliere il senso della prova più estrema, alla quale egli chiede di non sottrarsi: la persecuzione: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia e del vangelo” (Mt 5,11). Questa, ancora più delle altre beatitudini, costituisce per Gesù motivo di gioia ed esultanza, esattamente come testimoniano Pietro e gli altri apostoli, al termine del processo: “Essi se ne andarono dal Sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù” (At 5,41).
Si deduce dunque che il santo descritto da questa pagina evangelica, non è affatto colui che vive avulso dalla realtà sociale e culturale del mondo, al contrario è colui che vive le circostanze dolorose della vita, animato dalla speranza evangelica, per mezzo della quale egli purifica non solo se stesso (cf. 1Gv 3,3), ma trasfigura, dall’interno, la realtà che lo circonda, rivelando la vera realtà alla quale ogni persona umana è chiamata e che l’apostolo Giovanni sintetizza ed esprime in modo emblematico in questo passo della sua prima lettera: “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,1-2). Mi piace concludere questa riflessione sul santo con una straordinaria intuizione di C. Lubich, che ne sottolinea la costante attualità nella storia: il santo è Cristo dispiegato nel tempo.
[1] La sua origine risale al VI secolo, quando il papa Bonifacio IV, su autorizzazione dell’Imperatore Foca, trasformò il Pantheon – il tempio dedicato a tutti gli dei – in una chiesa consacrata a tutti i Santi e a Maria. Questo episodio divenne nel tempo l’espressione del passaggio dalla religiosità pagana a quella cristiana. L’incidenza del cristianesimo nei vari ambiti della vita sociale andava radicalmente trasformando la visione culturale e religiosa della vita. Questo processo ha continuato, non senza ostacoli, nel corso dei secoli, fino a determinare una vera e propria visione cristiana del mondo, che a livello sociale ha dato origine ad un progetto che va sotto il nome di “cristianità”, in vista del quale si è cercato di organizzare la vita del mondo come un riflesso di quella divina. Ma sia pure suggestivo e nobile nelle intenzioni il progetto ha avuto spesso una traduzione pratica non sempre all’altezza. La logica politica che ne ha accompagnato la realizzazione ha finito, in diverse circostanze, per strumentalizzare persino la stessa fede a fini puramente terreni. L’avvento della laicità, nel tempo moderno, ne ha poi decretato la fine, tanto che, oggi, assistiamo addirittura a fenomeni, come halloween, che sembrano invertire la rotta verso un ritorno al passato pagano. Ed è proprio alla luce di questa rivalsa culturale che si avverte più che mai l’esigenza di mettere a fuoco il senso della santità che scaturisce dalla nostra celebrazione, per capire se essa risponde ancora alle istanze esistenziali dell’uomo contemporaneo; se costituisce realmente uno stile di vita credibile e alternativo a quello immanente della nostra cultura; e quindi in che termini essa può essere tradotta nell’attuale vita relazionale. Si rivela allora fondamentale cogliere lo specifico del suo significato evangelico, senza il quale, tutti gli sforzi personali e sociali rischiano di rivelarsi fallimentari.




Commenti